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Ci inchiniamo di fronte a lei. Regina illuminata, capace di squarciare miti e credenze. Le porte del suo palazzo sono aperte, le feste che organizza memorabili. Nessun dress code richiesto.
Inevitabilmente coinvolge tutti: chi narra, chi ascolta. Per questo, la vediamo così: chiunque tu sia, qualunque cosa tu faccia, in qualunque luogo della terra ti trovi, se hai qualcosa da dire, racconta; se non hai niente da raccontare, ascolta.
Qualcosa di personale, qualcosa che brucia e pulsa, carne viva, per intenderci; qualcosa che esige – e a volte supplica – di diventare patrimonio di tutti. Offrire una storia è come decidere di stare nudi in una piazza, cristalli in mezzo agli elefanti.
Nell’effetto medicamentoso immediato, misurabile e duraturo. Nel fatto che le storie vengano a suturare ferite, a portare sollievo, a suscitare stupore e ispirazione. Le storie ci cercano. Sanno di cosa abbiamo bisogno e di quando ne abbiamo bisogno. Bussano alla nostra porta e ci vengono a salvare.
C’è un mezzo: il microfono.
Quello è lo spazio sicuro dentro il quale muoversi. E dentro quello spazio puoi scegliere di andare lentamente, ballare, correre o saltare o anche, talvolta, sbattere contro un muro.
In genere è così che si creano nuovi linguaggi.
Una storia si rispetta, si accoglie nella sua durezza, anche se è un boccone amaro che si digerisce a fatica. Non si strumentalizza, non si smussa, non si semplifica. Non si rende più appetibile, non si spoglia del difficile.
Se ne salvaguarda la purezza. Si combatte per lei.
Possiamo non giudicare una storia: dobbiamo imparare da una storia.
Inizia da ciò che siamo disposti ad ascoltare. Si tratta quindi di prendersi il rischio. Possiamo imbatterci in narrazioni che non vogliamo sentire, che hanno un effetto urticante e respingente. Ma è proprio l’allenamento all’ascolto di ciò che è altro da me, a rappresentare il terreno più fertile per la domanda più importante:
“Quindi, chi sono io?”.